Restiamo a casa

Soltanto in queste situazioni difficili ci si rende conto dell’egoismo della maggior parte della gente. Il Coronavirus sta tirando fuori la vera natura di alcune persone, che dimostrano di pensare soltanto a loro stessi e non al senso civico e al benessere pubblico. Ho visto gente fuggire dalle zone rosse poco prima che il Governo emanasse il decreto per poter tornare dai propri familiari che abitano nel Sud Italia, senza preoccuparsi minimamente del fatto che potrebbero risultare positivi al virus e infettare le persone più deboli. In questi giorni ho sentito giovani  e meno giovani dire che il virus non li riguarda affatto, perché tanto a rimetterci la pelle sono soltanto gli anziani e gli immunodepressi, come se le loro vite fossero meno importanti di altre, perché la ritengono una banale influenza, a volte anche asintomatica. E non rinunciano alla movida, alle uscite serali e ad un bicchiere di birra in compagnia, quasi che per loro fosse un sostegno vitale.
Beh, io vi voglio dire una cosa: mi fanno più paura il vostro egoismo e la vostra totale mancanza di rispetto del virus stesso. Perché qui non si tratta di ignoranza, è proprio menefreghismo allo stato puro. Dobbiamo capire che non è la mortalità il maggior problema (nonostante siamo il secondo paese al mondo dopo la Cina), ma il fatto che se aumentano i contagi o accade una qualsiasi altra emergenza, non ci saranno più i posti letto e il reparto di terapia intensiva sarà talmente sovraffollato che i medici stessi si troveranno a dover scegliere i pazienti da curare. Senza contare un’altra cosa: il mondo è abitato anche da persone costrette in casa 365 giorni l’anno per problemi di salute o situazioni particolari, senza poter uscire nemmeno d’estate, quando tutti noi ci divertiamo e ci diamo al piacere più sfrenato.
Dunque non siamo egoisti, rispettiamo le regole e soprattutto gli altri: in questi giorni usciamo soltanto in caso di necessità oppure restiamo a casa, leggiamo un libro, guardiamo un film o una serie tv o qualunque altro programma ci piaccia, perché quando tutto questo sarà finito potremo guardare il mondo con occhi diversi e non daremo più nulla per scontato, nemmeno la cosa più banale.

Percezione

Se c’è una cosa che ho imparato nella vita è che la percezione cambia da individuo a individuo. Per esempio, un dilemma di poco conto può annientare ogni certezza di una persona, mandandola in profonda crisi. O viceversa un grave problema di salute può far emergere la forza e il coraggio che uno non avrebbe mai pensato di avere.
In questi giorni difficili per l’Italia, ho potuto constatare le reazioni diverse di ognuno di fronte all’emergenza Coronavirus: c’è chi lo sottovaluta dicendo che stanno esagerando con le misure di prevenzione, chi al contrario è sopraffatto dal panico e dall’ansia di poter contrarre il virus, utilizzando i guanti e le mascherine anche lontano dalle zone rosse. C’è chi purtroppo cavalca l’onda politica e chi semina odio ingiuriando contro il popolo cinese e il Nord Italia, come se ammalarsi fosse una colpa.
Ora, premesso che ognuno di noi può avere una reazione diversa, posso dire che io ho sempre amato le vie di mezzo. Bisognerebbe far parte di quella categoria di persone che ascolta, cerca di prendere tutte le precauzioni possibili ma senza farsi prendere dal panico e dalla paura e continuando tranquillamente la propria vita.
Non tutti ci riescono, questo è assodato, io per prima faccio difficoltà. Ma non cadiamo nella trappola dell’ansia o della totale indifferenza, perché alla fine siamo soltanto noi i protagonisti della nostra vita e potrebbe costarci caro.

Max

Morto Max Conteddu: l'amore per la vita, il tumore raccontato su Twitter e  quella luce  che ha  acceso  in noi

In questi casi le parole non servono a molto, perché tutto sembra superfluo e inopportuno. È venuto a mancare Max Conteddu, un poeta che aveva deciso di condividere la propria battaglia contro il tumore cerebrale scoperto meno di un anno fa. Il tuo coraggio, il tuo amore per la vita rimarrà nel cuore di tutti coloro che ti hanno sostenuto in questo periodo tremendo.
Voglio soltanto ricordarti col tuo penultimo tweet: “Tenete in tasca un po’ di sole. Ne avrete bisogno quando farà buio nella vostra vita“. E, nonostante tu non sia più con noi, la tua luce non si spegnerà mai, ne sono sicura.

Ciao Max.

Momenti

Oggi si celebra il cosiddetto “Blue Monday”, che secondo la pseudoscienza è il giorno più triste dell’anno per gli abitanti dell’emisfero boreale. L’invenzione di questa data così particolare, che generalmente coincide con il terzo lunedì del mese di gennaio, è da attribuire allo psicologo Cliff Arnall, che addirittura ha elaborato un’equazione (priva di ogni fondamento scientifico) per spiegare come mai in questo giorno siamo più tristi, partendo dai dati statistici delle compagnie di viaggio.
Ora, senza scendere nei particolari, personalmente credo che la felicità e la tristezza siano concetti un po’ troppo eterei. In fondo, se ci pensiamo bene, sono i momenti quelli che contano maggiormente nella vita, belli o brutti che siano. Ci ricordiamo di particolari periodi perché li abbiamo vissuti intensamente, mentre di altri non conserviamo nemmeno un frammento, non perché non ci hanno dato nulla, ma semplicemente perché siamo stati troppo assorbiti dal quotidiano per rendercene conto. È per questo che dico sempre che bisogna viversi totalmente ogni attimo della vita, che è necessario imparare dai brutti momenti e godersi quelli sereni, perché anche quando le circostanze sembrano tutte sfavorevoli, c’è sempre del buono in ogni cosa: anche una piccolissima parte può fare la differenza. Ovviamente un altro discorso è che la vita sia dolce con alcuni e spietata con altri: quella si chiama ingiustizia. Credetemi, io ne so qualcosa. Ma, se ci focalizziamo sempre sull’operato e sulle fortune altrui, non andremo mai avanti e non ricaveremo mai nulla da noi stessi. La tristezza e la felicità sono universi troppo evanescenti per esistere davvero. Sono i momenti che rendono la vita reale, e sono proprio quegli attimi che ci permettono di vivere totalmente.

Stanca

Sono terribilmente stanca. Stanca che ci siano ancora individui privi di sensibilità. Stanca dei pregiudizi. Stanca delle stupide etichette sociali. Stanca che nel 2020 si utilizzi la politica per sputare veleno su chi la pensa diversamente.

Ognuno di noi ha un piccolo mondo dentro, in cui navigano segreti, paure, emozioni e sensazioni uniche che non proverà mai nessun altro. Ho sempre pensato che ogni dolore ha un proprio vissuto, una propria identità, un proprio essere: in breve, è estremamente personale. Per questo mi sorprendo ancora quando la gente si permette di giudicare la vita altrui, senza conoscere nulla di quella persona o di una determinata situazione.

Questo ha fatto così, quello è poco carino, l’altro non veste alla moda, quell’altro ancora cammina male. Non dovremmo etichettare nessuno per una loro caratteristica fisica o comportamentale, perché ogni essere vivente ha un proprio vissuto e le proprie esperienze. Definire una persona in base al colore della pelle, all’estrazione sociale, ad una particolarità fisica o mentale o alla disabilità costituisce una mancanza di rispetto e civiltà, oltre che una grande immoralità. Siamo semplicemente delle persone nate per dare un contributo all’umanità, chi di più, chi di meno.

E non importa in quale religione credi, se sei nero, bianco, giallo o di qualsiasi altro colore, se ti piacciono gli uomini o le donne, se hai una disabilità intellettiva o motoria o se sei dislessico o disgrafico. Sei semplicemente tu, con ogni difetto o pregio. E non devi cambiare perché te lo dicono gli altri. Migliorati sempre, ma soltanto per te stesso, perché alla fine sarai unicamente tu la tua vittoria più grande.

Indifferenza totale

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Come ho già scritto innumerevoli volte, non capirò mai da dove derivi la violenza, però so certamente una cosa: in alcuni casi è innata. Certo, perché, parlando di attualità, mi chiedo come si possa pensare di commettere un vero e proprio genocidio: i curdi stavano già combattendo la propria guerra contro l’ISIS, ora si trovano a fronteggiare anche l’esercito turco. Sono già centinaia le vittime. Eppure ciò che mi lascia ancor più perplessa è l’indifferenza generale dell’Europa, ma soprattutto dell’ONU, come se la guerra in quei posti costituisse una regolare normalità, un fatto di cronaca scontato, irrilevante. Così come accade per le vittime dei naufragi. Non ci preoccupiamo minimamente se trovano decine di cadaveri annegati nel Mediterraneo. Non fa effetto nemmeno quello di una mamma che ha provato fino all’ultimo momento di vita a proteggere il suo piccolino, abbracciandolo, cercando di dargli quel calore e quel conforto che soltanto un genitore può dare al proprio figlio. Di fronte a questa immagine, non trovo più parole: tutto diviene superfluo, mi trovo a pensare a tutte quelle volte in cui mi sono lamentata di cose futili e mi sento in colpa. Perché la vita non dovrebbe essere così crudele, non dovrebbe dare tutto ad alcuni e nulla ad altri. Non dovremmo essere indifferenti a certe situazioni, perché un giorno potremmo trovarci anche noi in difficoltà, pronti a tutto pur di salvare la nostra famiglia e i nostri amici.
Mi fa paura quest’indifferenza, come se i problemi del mondo non ci toccassero, come se la guerra in Siria e i naufragi non ci riguardassero. Ma soprattutto mi fa paura l’indifferenza dei Capi di Stato, come se non fosse un loro problema. Ricordate, la morte di ognuno di noi riguarda tutti, anche se ci sembra lontanissimo. Perché la violenza è irrimediabilmente inutile, sarà sempre superflua, inappropriata: l’ho sempre pensato e non mi stancherò mai di dirlo, nemmeno in punto di morte. Essa è capace di annientare ogni speranza, di distruggere i sogni di tutti, di rubare l’infanzia ai bambini, di far capitolare la pace in un secondo. Vogliamo davvero un mondo colmo di odio, di pregiudizio, di prevaricazione, in cui la violenza domina? Vogliamo essere indifferenti a tutto questo? Non possiamo. No, perché, come diceva Giovanni Falcone, “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.

Immagine da: https://www.thesocialpost.it/2018/03/18/effetti-devastanti-guerra-siria-bambini/

Nadia

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Non è il quanto vivi, ma come vivi. Io sto facendo il possibile per ritardare la mia morte. Vedremo quanto tempo avrò ancora, ma non credo molto”.

Queste sono le parole di Nadia Toffa nell’ultimo video rilasciato alla trasmissione televisiva “Le Iene”, girato poco prima di Natale 2018 e andato in onda lo scorso martedì. Io non volevo vederlo, ma quando quando per caso mi ci sono imbattuta, non ne ho potuto fare a meno. Perché quelle parole ti catturano, ti entrano a capofitto nel cuore, ti sembrano dolci e brutali allo stesso tempo. Quanta verità. Perché uno può vivere anche cent’anni senza un briciolo di serenità. Ed è allora che la vita diventa pesante. Dovremmo ricordarci di questa frase ogni mattina, quando apriamo gli occhi e scorgiamo i raggi di sole che entrano dalla finestra. Perché non tutti possono affrontare la giornata normalmente, non tutti possono alzarsi dal letto, non tutti possono vedere quel briciolo di luce invadere la nostra stanza. Perché c’è chi è più sfortunato di noi. Impariamo dunque ad apprezzare quello che abbiamo, perché da un giorno all’altro potrebbe non esserci più, potrebbe tutto cambiare. In fondo la vita è proprio questo, un continuo fluire di cose, di esperienze, belle o brutte che siano. A volte la nostra esistenza diventa un percorso a ostacoli, una lotta infinita contro ogni genere di problemi, ma ricordiamoci che può anche essere un dono meraviglioso. E Nadia lo sapeva.

Nadia è morta il 13 agosto, poco meno di due mesi fa. Guardando il suo ultimo video, nel suo sguardo ho notato l’amara consapevolezza di non poter fare nulla per sconfiggere il male che l’assediava, ma non ho mai scorto un’ombra di rassegnazione. Al contrario, ho visto un’infinita voglia di vita, l’immenso desiderio di combattere contro tutto e tutti. Ed è proprio questo che mi ha lasciata senza parole: Nadia era consapevole delle proprie condizioni di salute, ma non si è mai arresa, nemmeno il giorno della sua morte, perché amava troppo la vita. E non si arrenderà mai, nemmeno ora, perché il suo ricordo è quello di una donna forte, coraggiosa, senza paure e senza timore del giudizio altrui. Niente ce la riporterà indietro, ma quel ricordo rimarrà vivo nel cuore di tutti.

Immagine da: https://www.rollingstone.it/politica/nadia-toffa-il-tumore-e-una-battaglia-che-puo-essere-solo-collettiva/473044/