Donna

Mimosa - Acacia dealbata

Oggi, domenica 8 marzo, è la Giornata internazionale dei diritti della donna. In realtà questo giorno dovrebbe valere tutto l’anno, indipendentemente dalla ricorrenza, perché in passato ogni donna ha lottato quotidianamente per poter ottenere gli stessi diritti dell’uomo, perché ancora oggi esistono discriminazioni sessiste da combattere.
Nei secoli scorsi la figura della donna contava poco o nulla ed era quasi unicamente associata alla procreazione e all’accudimento dei figli. Ci sono voluti anni di battaglie, di lotte per far sì che la donna conquistasse il diritto di voto, la dignità di avere un lavoro autonomo e di guadagnare esattamente come gli uomini, e ottenesse la libertà essere semplicemente se stessa, di esprimere tutta la bellezza racchiusa nell’universo femminile.
Eppure quelle stesse battaglie non avrebbero avuto motivo di esistere. Sì, perché la donna è il fiore che spicca tra gli altri, è la costellazione più abbagliante, è il sole che splende in ognuno di noi, è il profumo di un neonato che dorme tranquillo tra le sue braccia. È semplicemente la vita. E non erano necessari migliaia di anni per capire un concetto così naturale. Quello che mi lascia basita è che nel 2020 esistono ancora le disparità tra uomo e donna. Ma noi non dobbiamo arrenderci. Non molliamo, non facciamoci calpestare come erba secca, non diventiamo schiave di un sistema stereotipato. Lottiamo sempre per i nostri diritti, perché saremo sempre noi le stelle più luminose in un tetro cielo invernale.

AUGURI A TUTTE LE DONNE!

 

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Parasite

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Pochi giorni fa c’è stata la consueta Notte degli Oscar. Non sono un’appassionata di cinema, ho sempre preferito di gran lunga la letteratura, perché penso che le emozioni di un romanzo siano uniche, irripetibili per il grande schermo. Raramente mi sono emozionata per un film come per un romanzo. Forse sono un po’ troppo prevenuta, ma il senso di immaginazione che mi lascia un libro è sempre stato capace di infondermi una speranza che sembrava ormai sepolta, morta per l’eternità.
Eppure stavolta mi devo ricredere. Sì, perché devo ammettere che anche un semplice film è in grado di cambiare un pensiero, di far crollare ogni certezza, di trasmettere emozioni indescrivibili. E Parasite, il film coreano di Bong Joon-ho, ne è l’esatta dimostrazione. Non a caso, nella notte degli Oscar 2020 è riuscito ad aggiudicarsi quattro Statuette d’Oro, rivelandosi il film che ha ricevuto più premi: miglior film, miglior film straniero, migliore sceneggiatura originale e migliore regia.
La pellicola tratta la storia della famiglia Kim, che vive una situazione economica disagiata e sempre sull’orlo della povertà, in cui la disoccupazione fa da protagonista. Un giorno il figlio, Ki-woo, grazie alla raccomandazione di un suo amico studente universitario, riceve l’opportunità di lavorare come insegnante privato presso una facoltosa famiglia. Da quel primo incontro, tutto cambia: tra i due nuclei si instaura una continua lotta tra disperazione e sfruttamento, tra paura di agire e coraggio di cambiare. È un film che lascia col fiato sospeso fino alla fine, soprattutto grazie allo straordinario lavoro del regista, che è riuscito a mettere in scena una realtà nuda e cruda, in cui si è disposti a tutto per arrivare in alto, anche a vivere di menzogne, ma più di ogni altra cosa è stato in grado di dimostrare come le diseguaglianze sociali abbiano un notevole impatto su di noi, non solo per questioni economiche, ma anche moralmente. Chi è benestante a volte si sente in diritto di poter far qualunque cosa, anche mancando di rispetto agli altri. Purtroppo è una realtà dura da affrontare e questo film ne mostra tante sfaccettature, permettendo a chi lo guarda di capire il punto di vista di ogni personaggio. Ne consiglio vivamente la visione, e se avrete occasione di guardarlo, osservate ogni scena con attenzione, prestate ascolto ai dialoghi, perché non è la classica pellicola che spiega le differenze sociali, ma costituisce un viaggio attraverso gli occhi di due famiglie totalmente in contrasto, in cui nessuno vince nulla, ma tutti perdono inevitabilmente qualcosa.

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