Sopravvivere

Pensavo che questa pandemia ci avrebbe cambiati. Non dico migliorati, perché il termine “migliore” è troppo soggettivo e ognuno osserva il mondo dai propri occhi e dalle proprie prospettive. Ma immaginavo che dopo questo strano periodo avremmo riflettuto di più sulle priorità della vita e imparato a distinguere ciò che è davvero importante, ciò che ci fa vivere e ci spinge ad andare avanti ogni giorno. Ed effettivamente qualcuno lo ha fatto, perché magari ha vissuto la malattia sulla propria pelle o su quella dei propri cari o semplicemente perché ha provato empatia e si è accorto dell’importanza dei veri valori. Molti invece sono rimasti sempre gli stessi nonostante la malattia. Altri sembrano addirittura peggiorati e in questi mesi hanno tirato fuori il lato più meschino della loro personalità.
Per quanto mi riguarda, io non sono cambiata granché, forse perché fin da piccola ho vissuto diverse esperienze che mi hanno segnata, lasciando un solco profondo e delle cicatrici indelebili che mi hanno fatto aprire gli occhi, che mi hanno resa forse troppo forte e poco tenera nei confronti della società, del mondo in cui viviamo. Perché questo è un mondo in cui regnano la violenza, gli interessi, l’egoismo e la brutalità, come quella di chi qualche giorno fa ha dato ad un’elefantessa incinta un ananas pieno di petardi, soltanto per il gusto di farla soffrire e morire in un dolore infernale. Perché, nella maggioranza dei casi, se si ha un problema evidente si viene relegati ai margini della società. Perché se non si ha il coraggio di lottare per i propri diritti non si andrà mai da nessuna parte e si resterà sempre dove gli altri vogliono che si rimane. Ecco, io sono quasi sicura che non troverò mai quel coraggio, quel desiderio di cambiare, perché questo mondo non riesce a far parte di me e io non riesco ad essere parte di esso. È più forte di me. Soprattutto quando ascolto certe notizie che uccidono definitivamente la mia speranza nel genere umano, in un mondo privo di qualsiasi violenza e discriminazione. E allora sopravvivo, come fanno quasi tutti in questa società. L’ho sempre fatto, anche durante la quarantena. Per me non è cambiato nulla. Stavo a casa prima e sto ancora a casa, alla ricerca di qualcosa a cui appigliarmi, di qualcosa che mi faccia sentire ancora viva. Perché, per quanto possa essere crudele, c’è sempre un motivo per amare la vita, e il primo siamo sicuramente noi stessi.

Ezio Bosso, la Musica che sorride

Morto il compositore Ezio Bosso, con la sua musica e la sua storia ...

Per me la morte non esiste, è una parte della vita.

Ezio Bosso

Alla fine non ce l’ha fatta. La scorsa notte è venuto a mancare il grande Maestro Ezio Bosso, direttore d’orchestra, compositore e pianista malato di cancro e affetto dal 2011 da una patologia autoimmune degenerativa simile alla SLA. Eppure ho la sensazione che non se ne andrà mai veramente. Perché, nonostante tutte le sofferenze che ha patito, riusciva sempre a regalare un sorriso, a trasmettere il suo amore viscerale per la musica, la sua fonte di vita. Lui stesso sosteneva: “La musica è una necessità: è come respirare”.
Ed Ezio Bosso era la Musica, viveva per la sua melodia, per le sue note, per le sue composizioni. E vive ancora per Lei. Vive in Lei, che l’ha salvato almeno in parte dall’atroce consapevolezza di non poter fare nulla per curare i brutti mali che l’avevano colpito.
All’inizio di questa pandemia, durante l’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera, aveva affermato di essersi fermato per motivi ben peggiori: era strano essere confinato in casa per qualcosa di esterno alla sua malattia e sperava di scoprire la Dodicesima Stanza, sinonimo di libertà. Proprio come il titolo di un suo vecchio album.
E aveva anche sostenuto che la prima cosa che avrebbe fatto dopo la quarantena è mettersi al sole e la seconda abbracciare un albero. E finalmente ora lo potrà fare. Perché lui è la Musica che sorride. Lui è il compositore di note colme di speranza. Lui è il sole che abbraccia e illumina gli alberi di vita.

Grazie, Maestro.

Il lavoro è un diritto

Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Un tema delicato, soprattutto in questo periodo dove troppe persone hanno subito le conseguenze della pandemia da Coronavirus: c’è chi ha sacrificato addirittura la propria vita per dare assistenza ai malati, c’è chi lavora assiduamente per continuare a garantire i servizi. Purtroppo a questi si aggiungono anche coloro che hanno perso la propria occupazione e ora si ritrovano a dover combattere per ottenere un posto di lavoro.
In Italia la situazione era precaria anche prima della pandemia, ora si è ulteriormente inabissata. Sì, perché questo virus non guarda in faccia a niente e nessuno. Provoca morte, dolore, disagio psicologico ed economico, senza mostrare alcuna pietà. Ed è proprio questo che ci ha distrutto. Il fatto di non poter far nulla, saltanto prendere delle precauzioni per contenerlo. Non ci sono ancora delle cure, non c’è ancora un vaccino. Quando arriveranno sarà grazie al lavoro di ricercatori precari che stanno dando l’anima per poter trovare dei farmaci efficaci. Sarà grazie a loro che torneremo liberi di stare insieme, di poter tornare finalmente alla tranquillità di una cena in compagnia senza preoccuparci di indossare guanti, mascherine e quant’altro.
Ho fatto quest’esempio per esprimere un concetto a me molto caro: il 
lavoro è una parte importante della vita, non deve ledere la dignità di nessuno e deve essere operato nel rispetto di tutti. È vergognoso che nel 2020 ci siano ancora lavoratori sfruttati o sottopagati oppure condizioni di sicurezza non idonee, che provocano ogni anno molti infortuni gravi e malattie professionali e numerosi decessi. Ma soprattutto è inaccettabile che troppe persone si trovino ancora senza un’occupazione, nonostante magari abbiano tutte le capacità e tutti i requisiti per svolgerla.

Il lavoro è un diritto di tutti. Non dimentichiamocelo. Mai.